philosophy and social criticism

Lo spazio e il tempo della speranza

Andrea Zanzotto

A cura di Dario Borso

Ho creduto che la cultura nascesse e si sviluppasse come manifestazione spontanea di un dialogo in atto tra l’uomo e la natura, quasi di un rapporto di mutua e amorosa comprensione tra una madre e il proprio feto, mai destinato, proprio per questo, a un irresistibile distacco dall’alvo naturalistico di provenienza.

A conti fatti, posso dire di essermi parzialmente illuso. Non si è trattato di due realtà in accrescimento reciproco, ma di un rapporto unidirezionale di prevaricazione; tanto meno si può parlare di un vero e proprio “dialogo”, relativamente al tragico scempio della natura commesso dall’uomo in quest’ultimo quarantennio, ma di una monologante e allucinata sequela di insulti. Il male da cui ha avuto origine “questo” uomo dipende proprio dall’essersi volontariamente sradicato dalle proprie origini, dall’essersi gettato in spregiudicata balìa del dogma capitalistico, inabissato nella melma di una superfetazione di minime-massime violenze che trovano un’esclusiva giustificazione nella cruda meschinità di interessi particolaristici. Perché è proprio questo il punto: ciò cui oggi si dà il nome di benessere, coincide con l’infierire contro la madre terra e i paesaggi in cui essa si era costituita lungo i milioni di anni; paesaggi in cui essa aveva accettato e accarezzato la presenza umana, scaglionandola in armonie progressivamente integrate.

Si è verificata una damnatio di questa memoria territoriale millenaria, o, meglio, una banalizzazione della storia in toto, che ha comportato un violento rovesciamento dei rapporti temporali; e l’antichissima realtà naturale, da sempre fondante la stessa idea di “essere umano”, si dà oggi come miraggio ecologico, proiettato verso un futuro estremamente avanzato: non verso “ciò che sarà”, ma verso “ciò che sarà stato”. Gli stessi sfondi paesaggistici dei nostri Giorgione e Tiziano, non trovando più una corrispondenza nella realtà geografica che siamo costretti ad abitare, hanno assunto un’evidenza fantascientifica.

Anche la poesia partecipa di questo proliferare di contraddizioni cui si è ridotta la nostra più vera realtà, e di cui si è cercato di rendere conto nel quadro appena delineato. L’ubi consistam della poesia si è ridotto alla verifica della propria futilità, oggi che lo stesso nome di “natura” è divenuto un relitto fonico privo di senso, avendo perduto la possibilità storica di riferirsi a una realtà pur minimamente adeguata alla nobilitas del suo significato – cui, del resto, si ostina caparbiamente ad alludere. Ma, nel medesimo tempo, la poesia si trova ad essere investita di un ruolo paradossalmente fondamentale: quello di instaurare, magari ricreandole ex novo, le pur esilissime connessioni vitali tra un “passato remotissimo” e l’odierno “futuro anteriore” di un rimorso che, pur percependosi come tale, non è oggi nemmeno in grado di spiegarsene la ragione.

Resta ferma, insomma, la convinzione che la poesia debba ostinarsi a costituire il luogo di un insediamento autenticamente “umano”, mantenendo vivo il ricordo di un “tempo” proiettato verso il “futuro semplice” – banale forse, ma necessario – della speranza.

Vedi la nota di Dario Borso su Lo spazio e il tempo della speranza

[testo già apparso a cura di D. B.  su Vita, n. 40, 2011]

ISSN:2037-0857