philosophy and social criticism

Versi per l’esilio

"José Angel Valente"

Di Marco Dotti

José Ángel Valente, Per isole remote. Poesie 1953-2000 (Metauro, Pesaro 2008)

Aveva ragione María Zambrano quando, per venire a capo della mancanza di una chiara distinzione di generi nella scrittura in versi, in prosa o in quella più deliberatamente saggistica di José Ángel Valente, proponeva di servirsi della definizione altrimenti sconveniente di «obra total».

Lo stesso Valente nel corso di una ultima lettura tenuta a Madrid nel gennaio del 1999 – otto mesi prima della sua morte e significativamente titolata Parola e materia – conveniva su questo aspetto non secondario del proprio lavoro subito specificando, però, che unità, coerenza, linearità, «totalità» soprattutto, andavano ricomprese in un lungo tragitto di riflessione e «condensazione» della parola, più che nell’ingenua e a lui estranea ambizione di rinchiudere il mondo tra le pagine di un libro.

In apertura delle Poesie a Lazzaro, scritte tra il ’55 e il ’60 e tradotte nella bella raccolta Per isole remote. Poesie 1953-2000 (Metauro, Pesaro 2008,con postfazione di Massimo Cacciari) curata da Pietro Taravacci, Valente offre una significativa chiave di lettura per comprendere il peso specifico e la singolare coloritura semantica che espressioni quali «poesia», «opera», ma anche «frammento», «esilio» o «silenzio» assumono nel suo scavo su una parola e una tensione poetica che l’autore vorrebbe sfrondate da ogni eccesso lirico e da ogni sentimentalismo. «Sono allegro, triste, e che cosa importa? Ma, intanto, racconto la mia storia, ritorno su di me, colpevole delle parole stesse che combatto», si legge in Prima poesia.

La parola poetica, suggerisce Valente, può sperare di ritrovare un proprio «centro» solo sgombrando il campo dagli «affanni individuali», riducendoli a una somma zero – «piano piano mi addentro, mi studio con rara pazienza, denuncio a uno a uno i miei affanni» – prima di liberarsi nel «vuoto» e nella rimozione totale della «propria storia».

Non si tratta, beninteso, di una poesia intellettualistica, ma di un raffinato lavoro sullo spazio, sulle zone bianche e in gran parte inesplorate poste a margine di quella poesia. Valente si serve di un apparato e di una serie di riferimenti prodigiosi, ma filtrati in forma leggera.

Come Lazzaro, il poeta prova su di sé l’esperienza, caustica ma rigeneratrice, dell’abbandono e dell’attraversamento di «un altro regno» e, soprattutto, attraverso questa esperienza può accedere all’«altra memoria» – più materiale, concreta e soprattuto «antiromantica» – che permette di cambiare di segno alla dimensione stessa dell’esilio.

Il peggio, scrive in Malinconia dell’esilio, sarebbe «non vedere che il rimpianto è l’indizio dell’inganno, o che ancor oggi il sangue stesso che avevamo canta più certo sopra altre labbra».

Ancora forte, nelle prime raccolte, ma debitamente trasfigurata è la vicenda a dire poco inumana e tragica del franchismo che costrinse Valente a rifugiarsi in Francia e, successivamente, a Ginevra. Nato in Galizia nel 1929, studioso di mistica e letteratura (da Miguel de Molinos a Juan de la Cruz, da José Lezama Lima alla stessa Zambrano), traduttore di Keats, Artaud, Ludwig Hohl, Jabès e Montale, come molti José Ángel Valente è stato doppiamente segnato dalla ferita dell’esilio.

In questo senso, come osserva Taravacci nel saggio che apre il volume, già dalle prime opere in Valente convergono due linee fondamentali, in apparente (ma solo apparente) contraddizione.

a) Da un lato, nei suoi lavori affiorano tutti quei temi sociali, ideologici e politici che la critica ha spesso indistintamente attribuito ai poeti del dopoguerra civile spinti a confrontarsi, misurarsi o scontrarsi con «la realtà storica necessariamente problematica e conflittuale della Spagna franchista».

b) Dall’altro lato, fin dai primi passaggi del suo lungo percorso Valente si mostra assolutamente irriducibile a una classificazione in cifre generazionali riconoscibili e la sua poesia oppone resistenza «ad essere determinata o prefigurata, a priori, da qualsiasi realtà o tendenza, sociale o ideologica».

Affinità e unicità appaiono, quindi, le chiavi di un’opera complessa, variegata, assolutamente incomprensibile senza tenere ben ferma e avere ben chiara la sua concezione della «parola poetica».

Concezione che nella parola – lo scrive in uno dei suoi ultimi testi, Cómo se pinta un dragón – vede una moltiplicatrice di significati potenzialmente infiniti, che si alimentano di una scrittura frammentaria, ridotta spesso all’osso, e di una particolare attenzione per le spaziature e le disposizioni tipografiche delle lettere sulla pagina.

Un programma indubbiamente forte quello di Valente, che si ritrova tanto a partire dalle prime raccolte in galego e in castigliano degli anni ’50, quanto nelle successive Interno con figure, Materiale memoria e viene ribadito in forma matura, soprattutto, in quello che rimane uno dei suoi più intensi esercizi in prosa poetica, Tre lezioni di tenebre.

Pubblicato in plaquette nel 1980, il lavoro è ispirato dall’ascolto di Couperin, Victoria, Delalande, dalla rilettura cabalistica di Isaac de Luria e Aboulafia e si suddivide in testi brevi dedicati alle prime quattordici lettere dell’alfabeto ebraico. Un lavoro complesso che sembra inscriversi in quella dimensione «lazzariana» intesa come forma complessa di resistenza, trasfigurazione e ritorno tanto cara all’autore. Solo preservando una certa oscurità e muovendosi nel margine d’ombra che ancora le è concesso – suggerisce Valente – la parola può sottrarsi al bieco rituale della comunicazione, e la poesia recuperare il proprio «movimento primario» e l’oscillazione forse non del tutto spenta di un respiro d’umanità.

TYSM LITERARY REVIEW

VOL. 16, ISSUE 21

JANUARY 2015

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