philosophy and social criticism

Shocking Life. L’autobiografia di Elsa Schiaparelli

Marco Dotti

Elsa Schiaparelli, Shocking Life, traduzione di Rossana Stanga, Alet, Padova 2008.

Un’artista italiana che, quasi fosse il massimo della vita, «fa vestiti» ma nulla più. Coco Chanel, dura e maliziosa, archiviava così lavoro e nome della sua rivale di sempre: Elsa Schiaparelli in arte Schiap. Concorrenti nel campo della moda, rivali un po’ per gioco un po’ per necessità fra atelier, salotti letterari e passarelle mondane, sempre pronte a contendersi a colpi di prestigio, giocandoseli a suon di fragranze e e tessuti, i favori e l’amicizia dei vari Dalí, Cocteau, Duchamp, Coco e Schiap incrociarono più di una volta i propri destini, ma l’ultima fu di certo la più crudele: era il 1954, anno del “ritorno” in scena per Coco, e del doloroso, se non tragico spegnersi delle luci della ribalta per Schiap. Nel ’54, infatti, mentre Coco risorgeva dalle proprie ceneri, ricominciando – caparbia e sfrontata – a “vendere vestiti” dopo la parentesi forzata della Seconda Guerra mondiale e le accuse non proprio velate e, più che altro, non del tutto infondate di collaborazionismo, Schiap si ritrovava a chiudere per sempre la propria “maison”, dichiarando un’irrimediabile e per niente onorevole bancarotta. Una bancarotta causata dai troppi debiti accumulati nel dopoguerra.

«Rispetto a oggi – ricorderà Elsa Schiaparelli – gli artisti rivestivano un ruolo decisamente più importante nella moda, nella sua vita e nel suo sviluppo; le riviste ci incoraggiavano e cercavano il nostro aiuto e i nostri suggerimenti. Quando riguardo i giornali di prima della guerra resto sempre sbalordita dalla differenza. La moda era presentata come un opera d’arte, come qualcosa di veramente bello, e le creazioni originali ricevevano grande attenzione. A quel tempo non si riduceva tutto a meri interessi pubblicitari, ovvero di chi avrebbe acquistato un modello e in quanti esemplari sarebbe, stato riprodotto».

Fu proprio nel ’54 che Elsa si accorse che il suo mondo, oramai, era finito per sempre e, abbandonati i profumi da uomo, gli abitini rosa shocking (sua invenzione), le cerniere lampo sugli abiti da sera che tanto avevano scandalizzato i borghesi e i cappelli impossibili immortalati dalle fotografie di Horst P. Horst che l’avevano resa celebre, ritornò alla giovanile passione per la scrittura, mandando in stampa la propria biografia, titolata semplicemente Shocking nell’edizione francese e Shocking Life in quella inglese. E proprio in Shocking life Elsa mette in scena, con uno sguardo ironico e divertito, la singolare pièce dei propri incontri, non tacendo degli scontri, delle vittorie ma neppure delle sconfitte. Fra le pagine di Shocking life ricorrono, infatti, verbi come “lottare”, “combattere”, “resistere”, spie di altrettanti desideri sempre nutriti da Schiap di infrangere convenzioni e stili e, soprattutto, di fuggire dal “suo” mondo. Un mondo che, per la stilista nata Roma, in Palazzo Corsini il 10 settembre del 1890, era soprattutto quello dell’alta e oziosa borghesia capitolina.

Figlia di Celestino Schiaparelli, il solitario orientalista allievo di Michele Amari che per molti anni ricoprì l’incarico di bibliotecario dell’Accademia dei Lincei prima di passare alla cattedra universitaria di arabistica, imparentata con l’egittologo Ernesto e nipote dell’astronomo Giovanni Virgilio, che fu tra i primi a studiare Marte e a formulare l’ipotesi di una “vita intelligente” sul pianeta rosso dando luogo a non pochi malintesi, Elsa trascorse la propria infanzia con un pensiero fisso in testa: come salvarsi da un destino che appariva segnato. Perché – si chiedeva Schiap, che nell’autobiografia spesso si descrive, e si osserva, in terza persona – cedere alla monotonia del matrimonio combinato, della vita di salotto, della paura del peccato affogata nel collezionismo becero di chincaglierie e ermellini e capace di mandare in rovina l’esistenza a tante ragazze della “bella società”? Che Schiap fosse un po’ matta, ma di una follia brillante e piacevole, era d’altrode opinione anche di Giovanni Virgilio Schiaparelli, allora direttore dell’Osservatorio astronomico di Brera, che, tra una chiacchiera e l’altra, non mancava di ricordarle che era nata nella costellazione dell’Orsa, forse per via della serie di lentiggini che le ricoprivano il volto. Nel 1911, all’età di ventuno anni, fu proprio grazie al cugino, figlio di Giovanni Virgilio, che Elsa pubblicò il suo primo libro, scritto però molti anni prima, quando di anni ne aveva quattordici. Un libretto di versi appassionati, quasi erotici, novantotto pagine tirate presso la Società tipografica La Gutenberg dal milanese Quintieri, già editore di Capuana e delle prime traduzioni di Alexandr Blok, oltre che di Annie Vivanti. Velleità poetiche a parte, la plaquette titolata Arethusa e dedicata «a chi amo, a chi mi ama, a chi mi fece soffrire», fu come un vero cataclisma che sconvolse per sempre la vita di Elsa.

«In famiglia», circorda la Schiaparelli, il libro giunse «come un fulmine a ciel sereno. I giornali se ne occuparono molto: in tutta Italia, perfino all’estero, pubblicarono passi delle poesie; ogni critico ne scelse uno diverso. Il padre di Schiap considerava l’intera vicenda una terribile disgrazia e non lesse il libro. Si tenne un consiglio di famiglia in cui si decise che, per punirla e per tenerla sotto controllo, l’avrebbero mandata in un convento della Svizzera tedesca. Così, la spedirono a pentirsi dei suoi peccati e a calmare quel suo temperamento troppo focoso. Fu davvero una strana esperienza. Con il cuore e la mente ancora pervasi di misticismo, non riuscivo a sottomettermi alle leggi ciella religione. Io credevo – sì, profondamente – ma in un modo diverso. Il mio credo era legato direttamente alle leggi dell’armonia e della creazione, ma non riuscivo a convincermi a passare attraverso le vie dell’uomo». Anche per questo  continuo, sistematico tendere all’insubordinazione che Schiap, alla fine, se ne andò di casa e, dopo un matrimonio sciagurato con un conte inglese squattrinato e a sua volta misticheggiante, il teosofo William de Wendt de Kerlor, dal quale nel 1920 ebbe una figlia, Gogo, ma che presto le abbandonò – madre e figlia – al proprio destino. Fu allora che Schiap, trasferitasi nel frattempo a New York, prese a frequentare proto-surrealisti e dadaisti “della prima diaspora” transoceanica, Marcel Duchamp, Man Ray e, soprattutto, i coniugi Picabia, Francis e Gaby, che pochi anni dopo la presero con loro, portandola a Parigi. La sua prima collezione, Elsa Schiaparelli la presentò nel ’27, in rue de l’Université, in quello che ancora non era un atelier ma, più semplicemente, il suo appartamento. Pochi mesi più tardi, grazie a un investimento di centomila franchi, registrava il proprio marchio, si costituiva come azienda e stabiliva la propria “maison” al numero 4 di rue de la Paix.

Per sette anni, lavorò alacremente e incessantemente, conquistando i due mondi, sconvolgendo il sistema ancora precario della moda con le sue cerniere lampo, i copricapo folli (mad caps) e stringendo una sorta di patto con un giovane stilista “occulto”, Salvador Dalí, che per lei disegnò il famoso “cappello scarpa”, oggetto impossibile presto assunto a oggetto culto dalle signorine di ogni latitutine. Ma la vera consacrazione, Elsa la ebbe quando trasferì il proprio atelier al 21 di Place Vendôme, in un palazzo fasto o funesto della storia d’Europa e non solo d’Europa, a seconda dei punti di vista, in uno stabile che avrebbe dovuto essere la sede della compagnia del più grande “falsario” di ogni tempo, quel John Law passato alla storia, oltre che per le teorie monetarie, anche per il non indifferente contributo portato alla prima, vera “bolla” speculativa del XVIII secolo, fondata su un eccesso di fiducia nel potere taumaturgico dell’emissione di “moneta” cartacea. Ma ci voleva altro, per scoraggiare Schiap, che in Place Vendôme inventò il sistema di vendita prêt à porter, abiti e oggetti pronti alla vendita e all’uso grazie all’impiego di taglie “standard” e di una lavorazione in serie. Una vera rivoluzione che gettò nel panico gli accoliti delle sartorie d’élite e della haut-couture.

Solo in pochi, non smetterà di ripetere, si rendono davvero conto dell’importanza che l’industria della moda aveva in tempo di guerra, quando «nella lotta contro la crudeltà e contro l’odio, la grazie femminile ottenne risultati maggiori che non le commedie o i libri».Una vera rivoluzione, negli usi e nei costumi, ma non solo. Perché la moda, se diamo retta a Schiap, «anche negli anni più difficili, quando diventa eccentrica o folle, in qualche modo si trova senza dubbio in rapporto con la politica» e, non c’è dubbio, anche con l’arte.

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