philosophy and social criticism

Vedere senza sapere. Bonnefoy, poesia e fotografia

"Fotografare l'invisibile"

di Francesco Paolella

Yves Bonnefoy, Poesia e fotografia, traduzione di andrea Cocco, O barra O, Milano 2015.

Nella nostra esistenza, pur sepolta da una massa incombente di immagini soprattutto autoprodotte e autoconsumate, ma allo stesso tempo esistenza svuotata da quelle immagini, è ancora possibile fare l’esperienza di una fotografia. Ovvero, essere colti, osservando un’immagine nuova o antica, dalle infinità singolarità delle cose, di ogni minimo oggetto – e della loro alterità. La fotografia fissa, immobilizza ogni volta ciò che c’è, lo sottrae al tempo, lo rivela, senza bisogno di ricorrere al linguaggio, all’emergenza della materia.

La fotografia è radicale fin dalle sue origini: mostra, mostrando gli infimi dettagli del reale, la sua insensatezza irriducibile a ogni significato. Vedere fotografia è una percezione pura del non-essere. Ci obbliga in un certo modo alla lucidità.

Yves Bonnefoy ritorna qui, per mostrarci quanto di poetico ci sia nella fotografia e quanto poesia e fotografia abbiano in comune, alle origini di quella vera rivoluzione della prima metà dell’Ottocento, a quando cioè, con i primi dagherrotipi, mutò il modo in cui vedere le cose, e mutò anche il modo in cui si “usino” le immagini.

Nelle prime fotografie – spettrali, sconvolgenti al massimo grado – si impose una demolizione del senso, dei significati attribuiti agli oggetti, alla realtà. Tutto divenne un fuori assoluto, duro, irriducibile. Una luminosa visibilità delle cose che mostra il dominio del caso e il conseguente fallimento di ogni pretesa sensatezza.

Mallarmé, Poe, Baudelaire e poi Maupassant, sono gli alleati (e i testimoni) di questa lettura di Bonnefoy.

Il fotografo è, a suo modo, l’annunciatore del Nulla, libera le cose lasciandole nude, spoglie, silenziose, e ci consegna un irrimediabile vuoto. La fotografia ha avuto effetti immani sul nostro modo di vedere: «Il fatto che il dettaglio casuale, che il caso in quanto tale si rivelassero in una fotografia, esprimendo in essa, per la prima volta nell’immensa storia delle immagini, la loro realtà tanto specifica quanto irriducibile, fu un evento del quale non va sottovalutata la capacità di far vacillare fin nei loro ignoti fondamenti le basi della coscienza» (p. 27).

In questo senso, la fotografia ha fatto ciò che l’avvento della luce elettrica ha causato all’apparire delle vie, delle case, delle città di notte: «L’apparenza si è staccata dalla vita, la figura si è dissociata dal suo senso. Tanto da rendere gli edifici semplici facciate senza nulla dietro di esse» (p 95).

Così come accade per la visione del poeta, ogni minimo dettaglio può essere percepito in una fotografia anche senza essere sottoposto a uno “sguardo”, a una interpretazione. Allo stesso modo un nostro ritratto ci presenta il nostro essere come qualcosa di altro, di alieno, di inavvicinabile e, alla fine, inesistente.

D’altra parte, è proprio dai ritratti che è comunque possibile recuperare uno sguardo “umano”, ristabilire la possibilità di un segno umano, di uno sguardo che riconosca in un viso, in un gesto, in un’opera, la possibilità della compassione.

 

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tysm

philosophy and social criticism

vol. 25, issue no. 25

june 2015

ISSN: 2037-0857

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