philosophy and social criticism

Il potere istituente della vita. Dialogo con Roberto Esposito

di Marco Dotti

Vitam instituere. Attorno a questa espressione che, nella storia dell’Occidente, “delinea insieme il carattere vitale delle istituzioni e la potenza istituente della vita” Roberto Esposito articola un ragionamento importante, soprattutto sul fronte della società civile. Un ragionamento — tema conduttore di Istituzione, il suo ultimo, recentissimo libro edito per i tipi del Mulino — che riporta al cuore del concetto di istituzione e alla trama profonda tra nomos e bios. Trama che la pandemia ha rischiato di spezzare per sempre.

Filosofo, Esposito insegna Filosofia teoretica presso la Scuola Normale Superiore e, tra i suoi libri, ricordiamo Bíos. Biopolitica e filosofia (2004), Terza persona. Politica della vita e filosofia dell’impersonale (2007), Immunitas. Protezione e negazione della vita (2020), oltre a uno dei rari testi capaci di segnare il dibattito degli ultimi decenni: Communitas. Origine e destino della comunità (1998)

La pandemia, scrive in Istituzione, ha rivelato “una dimensione irriducibile al paradigma sovrano”. Una interpretazione che spiazza rispetto a un certo mainstream sullo stato di eccezione e il ritorno della sovranità. Ci aiuta a capire, nel contesto che stiamo vivendo, l’oscillazione tra communitas e immunitas, in cui lei colloca il riemergere della questione delle istituzioni?
La distanza di fondo tra il regime biopolitico instaurato, o meglio rinforzato, dalla pandemia e il regime sovrano, inteso come dichiarazione di uno stato di eccezione, sta nel fatto che il primo nasce da una necessità oggettiva, quella appunto pandemica, e il secondo da una scelta soggettiva del potere politico. Immaginare che quanto è accaduto in tutto il mondo risponda alla volontà di controllo da parte del potere politico sulle popolazioni vuol dire perdere il contatto con la realtà. Lo stato di emergenza in cui ci troviamo e lo stato di eccezione dichiarato volontariamente dal sovrano non sono assolutamente sovrapponibili. Naturalmente ciò non esclude un elemento comune, costituito appunto dall’eccezionalità dell’evento che crea l’emergenza. Ma sarebbe sbagliato sostenere che si tratta della stessa cosa.

Non viviamo in uno stato d’eccezione permanente?
Come i giuristi sanno, la necessità — da questo punto non diversa dalla contingenza — è una delle fonti del diritto, accanto alla legge positiva e alla consuetudine. I provvedimenti di urgenza nati dall’evento in questione possono generare situazioni eccedenti la normativa vigente, anche se non ne precludono il ritorno. Anzi generalmente costituiscono una sorta di sospensione della legge normale che prelude al suo pieno ristabilimento, una volta rientrata l’emergenza.

Uno degli elementi che più hanno ritardato un nuovo pensiero delle istituzioni è l’idea che esse si identificassero con lo Stato. Che non potessero esserci istituzioni fuori o perfino, a volte, contrastanti con la sovranità statale

Roberto Esposito

Da questo punto di vista le procedure immunitarie adottate da tutti i governi per fronteggiare la pandemia, a partire dal confinamento e dal cosiddetto ‘isolamento sociale’, costituiscono un ‘negativo’ necessario alla sopravvivenza della comunità minacciata dal virus. La stessa pratica della vaccinazione, come almeno è tradizionalmente concepita, immette un frammento di virus, trattato artificialmente, nel corpo del paziente che si intende vaccinare. Naturalmente se una pratica di immunizzazione — come appunto il confinamento e la chiusura generalizzata — varca un certo limite o un certo periodo di tempo rischia di portare alla distruzione la stessa comunità che intende salvare.

Il XX secolo ha segnato un ritorno del pensiero istituzionale, ma l’istituzione è stata che vista come parte della dicotomia “movimento-istituzione” o di un ritorno dello Stato. Questo riduce l’istituzione a “contenitore” statico. Con quali conseguenze?
In verità il ritorno dell’istituzione è databile solo alla fine del XX secolo. Ancora qualche settimana fa la più prestigiosa istituzione americana — il parlamento — è stata attaccata da un gruppo di facinorosi che si presentava come un movimento trumpiano antiistituzionale. E ancora tre anni fa, nelle elezioni del 2018, in Italia a vincerle sono stati due ‘movimenti’ — il 5stelle e una Lega con forti connotati populisti. Dunque la dialettica tra istituzioni e movimenti, che dovrebbe essere la norma, è continuamente minacciata di rottura.

Da un lato le istituzioni si irrigidiscono, bloccando la dinamica sociale, dall’altro i movimenti assumono una tonalità radicalmente antiistituzionale. Il culmine di questa deriva è stata toccata, soprattutto in Italia, negli anni Settanta, quando alcuni movimenti extra ed antiistituzionali, hanno scelto la lotta armata. Il presupposto, del tutto falso, su cui questa scelta si fondava era che le istituzioni fossero irriformabili e che dunque andassero distrutte. Del resto anche la filosofia ha a lungo assecondato questa interpretazione. Se si leggono le pagine di autori di destra e di sinistra, già dagli anni Sessanta, si vede come la rottura tra movimenti e istituzioni fosse data per scontata. Poi, a partire dagli anni Ottanta, questa interpretazione ha cominciato a declinare, mettendo in luce il possibile esito istituzionale di alcuni movimenti ed il carattere potenzialmente dinamico di alcune istituzioni.

Sul piano sociale, ci serviamo di espressioni come “società civile”, Third o Civic sector e la Dottrina Sociale della Chiesa parla di “corpi intermedi”. Un orizzonte pre-statuale che può essere letto come una costellazione di istituzioni?
Uno degli elementi che più hanno ritardato un nuovo pensiero delle istituzioni è l’idea che esse si identificassero con lo Stato. Che non potessero esserci istituzioni fuori o perfino, a volte, contrastanti con la sovranità statale. Proprio questo — la possibilità di istituzioni non coincidenti con la Stato — è stata sostenuta da pensatori e giuristi istituzionalisti, alcuni dei quali italiani, come Santi Romano, Widar Cesarini Sforza e Costantino Mortati (senza dimenticare l’istituzionalista francese Maurice Hauriou). In particolare Santi Romano ha affermato nei suoi scritti — a partire dal suo capolavoro, recentemente ristampato da Quodlibet, L’ordinamento giuridico— che ogni associazione fornita di una qualche organizzazione (perfino una formazione rivoluzionaria), può essere considerata un’istituzione. Ciò vale per enti inclusi nello Stato come regioni, province, comune, e per enti che includono gli Stati, come per esempio L’Unione Europea. Ma vale anche per le istituzioni religiose — quelle che la Dottrina Sociale della Chiesa definisce ‘corpi intermedi’. Sono, infine, istituzioni anche l’Organizzazioni mondiale del Commercio e quella della Salute.

E infine le organizzazioni non governative (Ong), che sono istituzioni private con finalità pubbliche, operanti quasi sempre su teatri di guerra o in situazioni di emergenza. Naturalmente si tratta di istituzioni con un alto grado di innovatività. Da questo punto di vista il discorso sulle istituzioni incrocia quello, oggi assai presente, sui ben comuni. Si tratta di beni che non sono né privati, cioè appartenenti a singoli, né pubblici, di appartenenza dello Stato, ma, per così dire, di tutti e di nessuno.

Non per nulla proprio alcuni istituzionalisti, come Cesarini Sforza, parla di un ‘diritto collettivo’ o comune. Ma sulla relazione tra sfera politica e sfera sociale, anche sociologi italiani, come Giuseppe De Rita e Aldo Bonomi, hanno fornito contributi di grande rilievo. Bonomi, in particolare, ha parlato più volte della necessità di costruire intermediazioni — qualcosa che si ponga nel mezzo — tra istanze diverse e a volte contrastanti, con un’idea di pratica comunitaria non lontana dalla mia.

Istituire la vita. Nella genealogia sull’istituzione che lei propone è questo un tema fondamentale che si riallaccia alla tradizione storico-giuridica, e alle sue cesure, e si rilancia nel futuro. Come possiamo e cosa intendiamo con questa espressione? La vita non è “già istituita”?
Certo, la vita è da sempre già istituita, nel senso che è sempre formata, anche in una situazione di assoluta indigenza. Storicamente non si è mai data una vita umana perfettamente ‘nuda’, puramente e semplicemente biologica. Già l’atto della nascita — il dar vita a una nuova vita — è un atto istituente, che dà inizio a qualche cosa che prima non c’era. Ma questa vita originaria viene poi istituita una seconda volta, a partire dal linguaggio, che può essere considerato la prima delle istituzioni, perché presupposta a tutte le altre.

Secondo alcuni antropologi, come il tedesco Arnold Gehlen — ma, diversamente, anche per il filosofo francese Gilles Deleuze — per orientarsi nella vita, inalveando gli istinti in determinati percorsi, l’uomo ha bisogno di istituzioni. Si potrebbe dire che ogni qual volta l’uomo intraprende questi percorsi istituzionali — pensiamo per esempio alla scuola — si istituzionalizza di nuovo, senza per questo abbandonare i percorsi precedentemente attivati. Dunque, così come l’istituzione, se vuol essere produttiva, deve contenere elementi vitali, vitalizzarsi attraverso i propri contenuti sociali, a sua volta la vita non perde mai il proprio rapporto con le istituzioni che la circondano e l’attraversano.

Contro quegli autori che hanno contrapposto vita ed istituzioni, la saggezza contenuta nel lemma romano vitam instituere invita quelli che sappiano concentrarsi su poli contrari a riconoscersi ed intrecciarsi. Quello che ho definito ‘pensiero istituente’, nel libro Pensiero istituente. Tre paradigmi di ontologia politica, mi pare il compito attuale che filosofia e politica possono condividere.

Originally published at http://www.vita.it on March 8, 2021.

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ISSN: 2037-0857
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